Undici

Nel silenzio della casa, irrompe il citofono.

Sobbalzo, rispondo.

Signora è il Carrefour, è arrivata la spesa”.

Una frazione di secondo. Un fremito di ciglia. Un turbinio di emozioni contrastanti.

Stordita dall’imprevedibile, con voce stentorea azzardo un “quale spesa”, mordendomi il labbro superiore e soppesando, in un istante, mille opzioni. “A che nome è la consegna?” aggiungo, sospesa tra speranza e spaesamento.

Signora Ferrari”.

Taccio. La tentazione è forte, quasi irresistibile. La signora Ferrari la immagino sulla cinquantina, forse qualcosa più – ma ben portati – capelli castani, media lunghezza con un filo di ricrescita, vestita comoda con le perle finte. E la spesa della signora Ferrari son certa che sarà abbondante, razionale, ben equilibrata, ma che indulgente lascia spazio ad una coccola – forse un barattolo di crema di nocciole, forse una paella surgelata.

Ma non ci riesco, non posso proprio, non in questo universo, non sono io. “Ha sbagliato citofono, mi spiace”, concludo addolorata.

Spiace più a me, avrei voluto precisare, amato fattorino. Spiace più a me.