Undici

Nel silenzio della casa, irrompe il citofono.

Sobbalzo, rispondo.

Signora è il Carrefour, è arrivata la spesa”.

Una frazione di secondo. Un fremito di ciglia. Un turbinio di emozioni contrastanti.

Stordita dall’imprevedibile, con voce stentorea azzardo un “quale spesa”, mordendomi il labbro superiore e soppesando, in un istante, mille opzioni. “A che nome è la consegna?” aggiungo, sospesa tra speranza e spaesamento.

Signora Ferrari”.

Taccio. La tentazione è forte, quasi irresistibile. La signora Ferrari la immagino sulla cinquantina, forse qualcosa più – ma ben portati – capelli castani, media lunghezza con un filo di ricrescita, vestita comoda con le perle finte. E la spesa della signora Ferrari son certa che sarà abbondante, razionale, ben equilibrata, ma che indulgente lascia spazio ad una coccola – forse un barattolo di crema di nocciole, forse una paella surgelata.

Ma non ci riesco, non posso proprio, non in questo universo, non sono io. “Ha sbagliato citofono, mi spiace”, concludo addolorata.

Spiace più a me, avrei voluto precisare, amato fattorino. Spiace più a me.

Dieci

Le riunioni virtuali regalano senz’altro grandi perle.

Collega in pigiama versione 1 – finge di essere preso alla sprovvista dalla video-call, in realtà programma accuratamente l’abbigliamento nelle lunghe notti insonni dal bioritmo sfasato. Esibizionista.

Collega in pigiama versione 2 – è realmente preso alla sprovvista dalla video-call, confidando si tratti di una conferenza (solo) telefonica. Spesso con capelli dall’unto variabile. Naïf.

Collega in pigiama versione 3 – non si accorge della telecamera accesa e conversa beato tra generali brusii ilari mal trattenuti. Tenerone.

Capo con abbigliamento casual – adora mostrarsi con felpa hipstereggiante, ammiccando alla base della piramide (e credendosi intimamente cool). Bavoso.

Quadro in giacca e cravatta – fatica a non mostrarsi tutto d’un pezzo, impermeabile al codice non scritto degli smartworker in abbigliamento rilassato. Controcorrente inconsapevole.

Dirigente con animale che a tratti compare nell’inquadratura – Ad ogni saltello del gatto, miagola internamente (talora con sommesse fusa). Suscita la simpatia di molti, la diffidenza dei più scaltri. Autocompiaciuto.

E domani, riunione skype for business.

Nove

E’ evidente che devo smettere di lavorare in cucina. Ogni paragrafo un biscotto. E siamo gia’ alla Divina Commedia.

Otto

Cara Regina,

come una bomba pronta a deflagrare, giacciono nella mia madia quattro pacchi di farina 350W ed un panetto di lievito da mezzo chilo, eredità di un passato mistico in cui, in preda al più classico dei burn-out, mi ero iscritta al seminario in quattro incontri “Amministrazione e panificazione: un bilancio” sperando di ricavarne del conforto. Ho notato, però, che la dirimpettaia livorosa si sporge dal balcone con ritmica frequenza, nel tentativo di sbirciare gli sportelli. Sarà forse pronta a denunciarmi alla Congregazione delle Casalinghe Malmostose?

Attendo lumi,

Una di Voi

Cara Una di Voi,

la preoccupazione è legittima, ma la convinzione di essere nel giusto ti sostiene, specie se la materia prima è di lecita – e insospettabile – provenienza. Rivendica con orgoglio il tuo diritto alla panificazione e inizia a riempire teglie di lievitati dall’alveolatura ammiccante e equilibrata. Se proprio non te la dovessi più sentire, ricorda che il panetto è sempre utilizzabile come arma impropria alla bisogna.

Sette

Adrenalina. Coraggio, azzardo, sangue freddo, speditezza. E spregiudicatezza, as a matter of fact. Non è da tutti, non è per tutti: e non è un caso che per ogni nucleo familiare ci sia un solo soggetto deputato al miracolo. In questo gioco al massacro, primeggia chi ha riflessi sopra la media, chi è un gufo o un’allodola, chi non si lascia influenzare dai fattori ambientali e veleggia spedito verso la meta, incurante dei più. A volte è il capofamiglia, a volte il giovane smanettone, a volte la salvifica genitrice. La casistica è certo varia, ma il fattor comune univoco: www.esselungaacasa.it.

Sei

No ma che poi quando parli con gli altri è tutto un fiorire di “io punto la sveglia alle 7 e alle 7.30 sono già davanti al pc”, “da casa lavoro meglio e di più”, “la mia produttività è aumentata e mangio molto più sano”, “in pausa pranzo mi alleno live davanti al pc”, “prima di iniziare mi esercito in streaming con il coro di voci bianche paneuropeo” e singing company ((*) “compagnia cantante”, espressione gergale di incerte origini). Please. Me li voglio proprio vedere, a ciondolare in pigiama in conference call millantando di avere appena terminato la sessione di hatha yoga.

Fino a quando il primo – miserabile lui – non dimentica, per un lieto accidente, la telecamera in modalità on. Meschine, ma son soddisfazioni.

Cinque

Cara Regina,

son chiusa in casa da 13 giorni con il mio fidanzato, che di mestiere fa il libraio antiquario. Come potrai facilmente immaginare, il mio fidanzato è tuttora pervaso dal brio dionisiaco del robivecchi, essendosi a malapena accorto dello status di quarantena. Cosa mi consigli di fare per movimentare un po’ la situazione?

In fede,

Silvietta77

Cara Silvietta,

comprendo lo stato d’animo. D’altronde, come si suol dire, i bilocali grandi sono il male degli anni 2000, specialmente se con affacci interni. Io inizierei con una netta regimentazione degli orari e spazi: dalle 9 alle 13 fa’ della cucina il tuo regno, relegando in tinello il rigattiere; dalle 13 alle 20 spostati in salone, spedendo il fidanzato tra i fornelli. Nessuna eccezione o sentimentalismo attached (d’altronde – è notorio – fuori dal letto nessuna pietà). Se poi dovessi percepire malumore o resistenze, puoi anche considerare di metter su un checkpoint artigianale in corridoio. Vedrai che con questi escamotage (e una copia-esca del De rerum natura in posizione strategica) ritroverete la sospirata effervescenza.

Due

Non son mai stata una da trash tv. Guess what, continuo a non esserlo, grazie al cielo. Mainstream, non mi avrai mai. Che poi il confine tra trash, pop (nel senso di popolare, o forse popolano), diffusamente informativo e di massa è sottile. Di tempo per interrogarmene ne avrei, ma francamente me ne infischio, come diceva qualcuno, e con benevolenza mi concedo di vegetare a fine giornata sul divano, con un occhio al televisore – uno dei tanti programmi/gara di cucina, il meno peggio – ed uno no.

Con la famosa coda, però, lo vedo. Un movimento rapido, un altro ancora, dall’altro lato della strada. Non ho chiuso le persiane (avrei dovuto), e nel palazzo di fronte chi ha una luce accesa in stanza nasconder non si può. Ma forse ho sbagliato, visto male, è l’imbrunire, sono stanca. E invece no. Riappare, all’improvviso, posseduta da un bizzoso fuoco sacro, chiaramente devota a qualche divinità misconosciuta e capricciosa. E invece no. Mi sa di no. Temo di no. Sta ballando. Da sola, sguaiatamente, fa avanti e indietro dal corridoio, ogni tanto rientra, la coda di cavallo che sbatacchia qua e là, ridacchia, forse canta, non è chiaro. Mi chiedo con timore se mi metterò a ballare pure io. Unlikely, Regina. Unlikely.