Uno

Incredibile. Ci siamo collegate tutte, ragionevolmente allo stesso orario, con un due-tre minuti di scarto quasi commovente. La connessione sembra reggere, la qualità dell’audio è buona – no, non voglio inviare nessun feedback, voglio soltanto sgranocchiare olive – e  ci vediamo finalmente in volto tutte e tre. La reclusione è dura, ma obbligata: lo andiamo ripetendo a turno come fosse un mantra personale, cercando – con il bicchiere in mano – di personalizzarlo ancora un po’.

Flavia è sempre stata la più fancy delle tre. E non a caso, tra l’abbrutita in tuta – che sarei io – e l’abbruttita in pigiama – che, a dispetto del nome, sarebbe Lodovica – a spiccare è inevitabilmente lei, splendida-splendente come se fosse stata intercettata all’ultimo minuto sulla soglia, pronta per uscire a farsi un gin and tonic (è della vecchia scuola) in quel nuovo posticino in Brera ignoto ai più. Dove l’attendono – ci metterei la firma – bramose truppe di uomini adoranti, che sgomiteranno per offrirle qualche drink.

Poi, nell’angolo, li vedo. L’inquadratura è centrata, ma sufficientemente ampia da includere parte dello specchio stuccato all’ingresso, alle sue spalle, scovato l’anno scorso al bric-à-brac. E lo specchio – ahimè, noi in tuta lo sappiamo – non mente mai, non può mentire per costituzione, e infatti non lo fa. Son tutti lì, ammassati, nell’angolo più buio, a contendersi con foga la signoria suprema su debordanti ciotole di cibo.

Una gattara. Flavia è una gattara.

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