Nove

E’ evidente che devo smettere di lavorare in cucina. Ogni paragrafo un biscotto. E siamo gia’ alla Divina Commedia.

Otto

Cara Regina,

come una bomba pronta a deflagrare, giacciono nella mia madia quattro pacchi di farina 350W ed un panetto di lievito da mezzo chilo, eredità di un passato mistico in cui, in preda al più classico dei burn-out, mi ero iscritta al seminario in quattro incontri “Amministrazione e panificazione: un bilancio” sperando di ricavarne del conforto. Ho notato, però, che la dirimpettaia livorosa si sporge dal balcone con ritmica frequenza, nel tentativo di sbirciare gli sportelli. Sarà forse pronta a denunciarmi alla Congregazione delle Casalinghe Malmostose?

Attendo lumi,

Una di Voi

Cara Una di Voi,

la preoccupazione è legittima, ma la convinzione di essere nel giusto ti sostiene, specie se la materia prima è di lecita – e insospettabile – provenienza. Rivendica con orgoglio il tuo diritto alla panificazione e inizia a riempire teglie di lievitati dall’alveolatura ammiccante e equilibrata. Se proprio non te la dovessi più sentire, ricorda che il panetto è sempre utilizzabile come arma impropria alla bisogna.

Sette

Adrenalina. Coraggio, azzardo, sangue freddo, speditezza. E spregiudicatezza, as a matter of fact. Non è da tutti, non è per tutti: e non è un caso che per ogni nucleo familiare ci sia un solo soggetto deputato al miracolo. In questo gioco al massacro, primeggia chi ha riflessi sopra la media, chi è un gufo o un’allodola, chi non si lascia influenzare dai fattori ambientali e veleggia spedito verso la meta, incurante dei più. A volte è il capofamiglia, a volte il giovane smanettone, a volte la salvifica genitrice. La casistica è certo varia, ma il fattor comune univoco: www.esselungaacasa.it.

Sei

No ma che poi quando parli con gli altri è tutto un fiorire di “io punto la sveglia alle 7 e alle 7.30 sono già davanti al pc”, “da casa lavoro meglio e di più”, “la mia produttività è aumentata e mangio molto più sano”, “in pausa pranzo mi alleno live davanti al pc”, “prima di iniziare mi esercito in streaming con il coro di voci bianche paneuropeo” e singing company ((*) “compagnia cantante”, espressione gergale di incerte origini). Please. Me li voglio proprio vedere, a ciondolare in pigiama in conference call millantando di avere appena terminato la sessione di hatha yoga.

Fino a quando il primo – miserabile lui – non dimentica, per un lieto accidente, la telecamera in modalità on. Meschine, ma son soddisfazioni.

Cinque

Cara Regina,

son chiusa in casa da 13 giorni con il mio fidanzato, che di mestiere fa il libraio antiquario. Come potrai facilmente immaginare, il mio fidanzato è tuttora pervaso dal brio dionisiaco del robivecchi, essendosi a malapena accorto dello status di quarantena. Cosa mi consigli di fare per movimentare un po’ la situazione?

In fede,

Silvietta77

Cara Silvietta,

comprendo lo stato d’animo. D’altronde, come si suol dire, i bilocali grandi sono il male degli anni 2000, specialmente se con affacci interni. Io inizierei con una netta regimentazione degli orari e spazi: dalle 9 alle 13 fa’ della cucina il tuo regno, relegando in tinello il rigattiere; dalle 13 alle 20 spostati in salone, spedendo il fidanzato tra i fornelli. Nessuna eccezione o sentimentalismo attached (d’altronde – è notorio – fuori dal letto nessuna pietà). Se poi dovessi percepire malumore o resistenze, puoi anche considerare di metter su un checkpoint artigianale in corridoio. Vedrai che con questi escamotage (e una copia-esca del De rerum natura in posizione strategica) ritroverete la sospirata effervescenza.

Quattro

Lo so che dovrei fare work-out. Lo so. Mi chiedo genuinamente se la sequenza mi-alzo-dal-divano-vado-in-cucina-mi-siedo-al-tavolo-faccio-un-giro-in-camera-mi-risiedo-sul-divano-passando-prima-dal-bagno, se ripetuta più volte al giorno, possa sostituire un circuito. Forse, con l’aggiunta di un mescolo-vigorosamente-l’impasto-per-la-pizza al posto di qualche press, potrei sfiorare la soglia minima della decenza. Pensandoci, potrei chiederlo alla mia personal trainer: ma, in fondo, chi sono io per scegliere in coscienza di abbandonare la confortevole grey zone? Confortevole quasi quanto la seduta del divano, in effetti.

Tre

Oggi mi diletto in cucina. Mi trascino da una stanza all’altra, al netto dello smartworking (che vi risparmio). Torta rustica, un grande classico. Difficoltà: semplice. Tempo di esecuzione: 65 min. Kcal: le copro con il barattolo di sale. Ci penseremo quando usciremo dalla clausura. Gongolando, inizio a preparare la farcia ai formaggi. Però, mica male: vien giù liscia, omogena, con belle crepe di grasso sulla superficie. Certo, perché anche in quarantena noi usiamo ingredienti di qualità (il plurale è proprio maiestatis, la modestia all’epoca della distribuzione era terminata). Peraltro il grembiulino con la frasetta ironica che mi hanno regalato per l’house warming non è malaccio, forse un po’ cheesy ma mi dona. Pensandoci, potrei aprire un blog di cucina, tempo ne abbiamo. Un canale youtube magari. Un bistrot ­French-sounding – sogniamo in grande. O limitarmi a un reportage di guerra, a giudicare da come ho ridotto il piano di lavoro.

Due

Non son mai stata una da trash tv. Guess what, continuo a non esserlo, grazie al cielo. Mainstream, non mi avrai mai. Che poi il confine tra trash, pop (nel senso di popolare, o forse popolano), diffusamente informativo e di massa è sottile. Di tempo per interrogarmene ne avrei, ma francamente me ne infischio, come diceva qualcuno, e con benevolenza mi concedo di vegetare a fine giornata sul divano, con un occhio al televisore – uno dei tanti programmi/gara di cucina, il meno peggio – ed uno no.

Con la famosa coda, però, lo vedo. Un movimento rapido, un altro ancora, dall’altro lato della strada. Non ho chiuso le persiane (avrei dovuto), e nel palazzo di fronte chi ha una luce accesa in stanza nasconder non si può. Ma forse ho sbagliato, visto male, è l’imbrunire, sono stanca. E invece no. Riappare, all’improvviso, posseduta da un bizzoso fuoco sacro, chiaramente devota a qualche divinità misconosciuta e capricciosa. E invece no. Mi sa di no. Temo di no. Sta ballando. Da sola, sguaiatamente, fa avanti e indietro dal corridoio, ogni tanto rientra, la coda di cavallo che sbatacchia qua e là, ridacchia, forse canta, non è chiaro. Mi chiedo con timore se mi metterò a ballare pure io. Unlikely, Regina. Unlikely.

Uno

Incredibile. Ci siamo collegate tutte, ragionevolmente allo stesso orario, con un due-tre minuti di scarto quasi commovente. La connessione sembra reggere, la qualità dell’audio è buona – no, non voglio inviare nessun feedback, voglio soltanto sgranocchiare olive – e  ci vediamo finalmente in volto tutte e tre. La reclusione è dura, ma obbligata: lo andiamo ripetendo a turno come fosse un mantra personale, cercando – con il bicchiere in mano – di personalizzarlo ancora un po’.

Flavia è sempre stata la più fancy delle tre. E non a caso, tra l’abbrutita in tuta – che sarei io – e l’abbruttita in pigiama – che, a dispetto del nome, sarebbe Lodovica – a spiccare è inevitabilmente lei, splendida-splendente come se fosse stata intercettata all’ultimo minuto sulla soglia, pronta per uscire a farsi un gin and tonic (è della vecchia scuola) in quel nuovo posticino in Brera ignoto ai più. Dove l’attendono – ci metterei la firma – bramose truppe di uomini adoranti, che sgomiteranno per offrirle qualche drink.

Poi, nell’angolo, li vedo. L’inquadratura è centrata, ma sufficientemente ampia da includere parte dello specchio stuccato all’ingresso, alle sue spalle, scovato l’anno scorso al bric-à-brac. E lo specchio – ahimè, noi in tuta lo sappiamo – non mente mai, non può mentire per costituzione, e infatti non lo fa. Son tutti lì, ammassati, nell’angolo più buio, a contendersi con foga la signoria suprema su debordanti ciotole di cibo.

Una gattara. Flavia è una gattara.